di Alessandra Panceri*

Caro genitore, ho scritto queste righe con carta e penna, anziché con i potenti strumenti tecnologici odierni (Whatsapp, Telegram, dirette, stati) e lo esplicito con il rischio di risultare anche un po’ anacronistica.

Avevo appena terminato un articolo, ma dopo questi giorni così intensi e pieni di inquietudine dove alcune parole (fatica, fiducia, preadolescenza, limite, genitore, educare) continuavano a riproporsi, sovrapporsi e allontanarsi nella mia mente, eccomi qui.

I tragici fatti di cronaca degli ultimi giorni così come i dati sempre più allarmanti dei reparti di pediatria e di neuropsichiatria infantile, sull’uso dei dispositivi elettronici, non possono colpire solo chi si occupa, come me, di cura, tutela e sostegno ai bambini e alle bambine e alle loro famiglie, ma qualsiasi adulto che abbia accanto una giovane persona.

Inizialmente sono rimasta piuttosto frastornata dalla tragicità di alcune notizie e dai numeri allarmanti, ho poi riflettuto e mi sono guardata intorno, come clinico e come mamma di un undicenne.

Il famoso “va bene, ti compro il cellulare” è stato certamente al centro di discussioni all’interno di ogni famiglia, nelle chat delle mamme a partire dal nido, dei gruppi di yoga, di cucina, di serie tv, di compagni delle medie; insomma sono certa, carissimo genitore, che tu abbia riflettuto molto bene prima di regalare a tuo figlio, immaginiamoci di prima media (per dare una discreta tollerabilità al possesso di uno personale) un super cellulare.

E poi? Cosa hai fatto? Che regole gli hai dato? Gli hai dato degli orari? Avete concordato insieme il pin? O solo tanta tanta FIDUCIA?

Fiducia, sento utilizzare questa parola in modo esasperato: “io mi fido dei miei figli, io do loro fiducia (spesso accompagnato dal contestabile, sono come un’amica) ha tradito la mia fiducia, avevo fiducia in queste app di controllo.”

Mi piacerebbe molto declinare il significato di questa parola (sarebbe un buon esercizio per tutti cercarla sul dizionario) a un undicenne, dodicenne, insomma a un preadolescente. Fidarsi dei nostri figli può significare lasciar loro spazio all’esplorazione del mondo rimanendo osservatori attenti e vicini, restando un contenitore solido ma non rigido. Certamente un compito complesso.

Dettaglio scientifico: le neuroscienze hanno confermato che la preadolescenza è il periodo evolutivo dove si è più vulnerabili e permeabili all’iperstimolazione e alla mancanza di regolazione che è palesemente e strettamente connessa a quello che i nostri figli trovano sui loro cellullari. (cit. Alberto Pellai)

Come può un preadolescente gestire, come un adulto desidera, un oggetto così potente, seduttivo e immediato a sua completa disposizione?

Resto sorpresa quando sento alcuni genitori di ragazzini e ragazzine, soprattutto in questo ultimo anno di pandemia, dire dei loro figli quanto siano bravissimi, indipendenti, “come non averli”, e loro, i colleghi genitori, con un buon tempo a disposizione per i loro…. social.

Poi quando mi soffermo su alcuni dettagli e chiedo: cosa fate? Cosa gli dite? Perché tutta questa libertà? Ecco che la parola fatica fa il suo ingresso sempre più nitida.

Pescando nei ricordi della nostra fanciullezza, non deve essere particolarmente complicato ritrovare dei motivi di contrasto con i nostri genitori e la nostra fatica di figli a comprendere alcune scelte o imposizioni. Non dovrebbe allora suscitare eccessivo stupore la nostra fatica di madri e di padri nel far comprendere ai nostri amati figli quanto alcune regole siano vitali.

Per questo è fondamentale, una volta dato il cellulare, definire alcune regole ed essere vigili e fermi sul rispetto delle stesse.

Sì, si fa fatica. È faticoso spiegare che la condivisione del pin è necessaria a loro protezione, che la sera il cellulare è meglio non utilizzarlo e comunque lo si spegne o lo si consegna al genitore.

È faticoso allontanarsi dai propri telefoni e vedere un film insieme, fare un gioco in scatola o due tiri a pallone, sì certo è più impegnativo e che stress i musi lunghi di questi preadolescenti che sembrano euforici solo con gli amici e quando giocano online, e che fatica, “io avrei così tante cose da fare”.

Ma tant’è.

Essere genitori, l’essere dei discreti genitori, che poi si sbaglia sempre, significa EDUCARE i bebè, i bambini e le bambine, le ragazzine e i ragazzini, le e i giovani adulti, significa dir loro e dar loro indicazioni, sollecitazioni e limiti, talvolta “censurare”: queste sono certamente azioni poco apprezzate (con pochissimi like) ma la responsabilità genitoriale è il primo e fondamentale nostro atto di amore e FIDUCIA che dobbiamo ai nostri figli.


* Alessandra Panceri psicologa, psicoterapeuta, responsabile clinico di CTIF, da vent’anni si occupa della cura del trauma lavorando con bambini e famiglie e collaborando con la Magistratura e i Servizi Sociali.
Referente clinico delle comunità CTIF. Formatrice.


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