Radio Edu nasce dal desiderio dei nostri educatori di rimanere in connessione tra loro e portare all’esterno il lavoro che stanno svolgendo in questo periodo segnato dal cambiamento dovuto all’emergenza Coronavirus.

Si tratta di interviste radiofoniche che hanno indagato quattro aspetti del lavoro educativo con le famiglie: come reinventare il lavoro e le attività anche da remoto e approfondire benefici e difficoltà, come salvaguardare la relazione, come mantenere alcuni interventi educativi al domicilio con le preoccupazioni e i benefici che ne derivano.

Grazie a Shareradio che ci ha dato la possibilità di aprire questa stazione radio sul loro sito.

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Di seguito puoi leggere alcune interviste dei nostri educatori che raccontano la loro esperienza durante il lockdown e nella Fase 2. Dagli interventi educativi mantenuti al domicilio a quelli che si sono adattati a distanza.

Intervista a Mauro, educatore che si occupa di interventi domiciliari con persone con disabilità e adulti

Perché continui a fare interventi a domicilio in questo periodo? Quali sono le precauzione che adotti? Quali sono le preoccupazioni che hai nell’uscire di casa per recarti a casa d’altri in un periodo così rischioso?
Innanzitutto, sono persone in condizioni di fragilità e di disabilità sia fisiche che psichiatriche, per aiutare e tutelare queste persone il mio intervento è necessario, non possono essere abbandonate soprattutto in questo periodo così difficile e con tutte le problematiche che ne conseguono, già di norma hanno bisogno di tanto aiuto ma in questo periodo ancora di più. Adottando tutte le precauzioni si può comunque continuare a svolgere il proprio lavoro.

Quindi con guanti e mascherina?
Esattamente! Tu mi chiedi quali sono le preoccupazioni? Quelle di non diffondere il contagio, cioè di impedire che il virus si propaghi, in particolar modo con persone fragili che sicuramente sono più a rischio. Anch’ io sono preoccupato, ma grazie a Dio sono in buona salute, e quindi diciamo che posso mettermi a disposizione per aiutare chi ha più bisogno.

Queste persone sono più fragili perché hanno delle problematiche diverse? Come ti hanno accolto in casa loro soprattutto all’inizio?
Sono persone che sostengo da tanti anni da 7/12 anni, c’è un legame che va oltre il rapporto professionale, c’è un rapporto affettivo e quindi mi sento come se fossi a casa mia. Nonostante ciò, ho messo in chiaro la situazione e ho fatto scegliere loro, ovviamente non mi sarei opposto, ma loro hanno preferito che io continuassi il mio lavoro a casa loro.

Quindi tu hai proposto e non imposto il tuo lavoro, è stato bene accettato? Sono persone non completamente autosufficienti?
Esatto! Io lavoro con persone con diverse patologie, come la distrofia muscolare e problemi psichiatrici importanti, necessitano di un sostegno anche fisico, quindi la presenza è indispensabile. Le precauzioni che prendo sono: misurare la temperatura prima di andare a lavoro, usare i guanti e la mascherina, in pratica usare il protocollo che ci hanno consegnato (come si mette la mascherina, lavarsi le mani, mettere i guanti, usare igienizzanti mettere occhiali ecc…) Si tratta di indicazioni molto rigide ma ci si abitua, ad esempio, per non far cadere gli occhiali uso un elastico, in modo che non tocchi il viso e gli occhi, anche i guanti potrebbero essersi infettati o potrebbero infettarsi. Le istruzioni vanno eseguite alla lettera, poiché io sono a contatto con persone fragili devo cambiare la mascherina dopo ogni 3 ore.

Quindi ritieni positivo andare a casa delle persone nonostante la paura e le difficolta, sei contento?
Si! È il mio lavoro ed è proprio il lavoro che io amo, ancora di più in un momento come questo in cui il bisogno di aiuto è molto grande, non solo vanno aiutati fisicamente ma devono essere confortati psicologicamente.

Intervista a Giancarlo, educatore che si occupa di interventi domiciliari con minori

Perché continui ad andare fisicamente al domicilio delle persone anziché lavorare in remoto?
Principalmente c’è una ragione tecnica gran parte delle persone non hanno nessun strumento per fare educative online. Se si tratta di bambini piccoli è necessaria la presenza, io non mi occupo di disabilità ma di rapporti conflittuali in famiglia. La ragione principale perché io continuo ad andare al domicilio è proprio quella di supportare il nucleo nelle sue difficoltà di relazione e comunicazione, da vicino cerco di stemperare la tensione e trovare una modalità funzionale.

Gli obiettivi lavorativi sono cambiati oppure no?
Un po’ sì! Il bambino non esce di casa da mesi, gli altri componenti del nucleo familiare si limitano solo a fare la spesa. Vedere qualcuno dall’esterno entrare in casa è una ventata d’aria, il sostegno morale a volte è fondamentale. Inoltre, seguire le lezione scolastiche on line non è semplice, io mi impegno a dare una mano e cerco di aiutarli come posso anche su cose banali, stampare il materiale scolastico assegnato on line dalle maestre, loro non hanno una stampante.

Intervista a Raffaella, educatrice che si occupa di interventi educativi scolastici e domiciliari con P., una signora di 57 anni.

Come sta andando questo periodo?
Il mio intervento domiciliare è con una signora che, prima del lockdown, andavo a trovare a casa due volte a settimana, mentre ora la sto sentendo praticamente tutti i giorni con videochiamata. La relazione procede e sono soddisfatta, anche se la signora non vede l’ora di riprendere i nostri incontri.

Quali attività state svolgendo in questo periodo?
La signora è appassionata di musei, ma nei nostri incontri in presenza abbiamo poche occasioni di fare dei giri per la città, anche a causa di sue difficoltà fisiche. Ora de remoto visitiamo i musei on line, guardiamo le opere e le commentiamo insieme. Ad esempio abbiamo visitato gli Uffizi di Firenze, i Musei Vaticani e adesso il Museo di arte moderna di New York, dove ogni volta possiamo scegliere un autore diverso da guardare. In pratica la quarantena ha permesso di fare cose che non sarebbe stato possibile fare dal vivo, facciamo attività di svago che prima non potevamo fare a causa delle difficoltà oggettive della signora. Abbiamo anche il supporto della figlia che è molto tecnologica e collaborativa, dà supporto alle chiamate. A volte la coinvolgiamo anche e facciamo attività anche con lei.

Che impatto ha questo lavoro sulla signora?
È una presenza costante che non può che farle bene perché ha momenti in cui è triste e queste attività la fanno sentire meno sola.

Intervista a Manuel, educatore che si occupa di un intervento domiciliare con O., un ragazzo di 15 anni

Come valuti questo modo di lavorare attraverso le videochiamate?
Devo dire che il lavoro da remoto per quel mi riguarda ha riservato delle belle sorprese che mai mi sarei immaginato se me lo avessero detto tempo fa.

Si lavora di più o di meno?
Dipende dai singoli casi, io seguo tante situazioni e con le persone disabili si lavora molto di più, almeno questa è la mia esperienza, perché le videochiamate devono essere molto strutturate e ben preparate per fare in modo che siano gestite al meglio. Questo dà frutti, più di quanto avrei pensato.

È difficile tenere la relazione con i ragazzi da remoto, con i genitori come sta andando?
Nel mio caso è stata una risorsa perché per necessità la famiglia si è attivata, ed è stata in grado di fare cose che prima non faceva e di reggere emotivamente la situazione a casa, che è indubbiamente faticosa per l’importante disabilità fisica del figlio e le cure che richiede. Io prima avevo un rapporto uno a uno con il destinatario dell’intervento, ora lo vedo in videochiamata insieme ai genitori e questo mi permette di spiegare ai genitori le attività che faccio con il ragazzo e di farle fare a loro: questo ha dato loro molta soddisfazione, si sono resi conto che alcune cose sono fattibili anche da loro stessi e non solo dall’educatore. In questo modo l’intervento ha un impatto non solo sul ragazzo, ma anche sull’intorno, che è uno dei nostri obiettivi ovvero incidere sull’ambiente di vita per far sì che sia un guadagno nella vita della persona a tutto tondo.

Intervista Giuseppe, educatore che si occupa di interventi domiciliari con minori e persone con disabilità

In quale servizio lavori?
Io lavoro su più servizi, quindi mi occupo di assistenza educativa scolastica e assistenza domiciliare. Gli interventi educativi riesco a gestirli online ma data la particolarità della situazione, oltre al singolo ragazzo preso in carico, mi ritrovo a comunicare con tutta la famiglia e si evince una situazione pesante. Ognuno vive questo momento in modo diverso, 5 o 6 persone che vivono in 20 mq o anche 100 mq hanno sempre la possibilità di scontrarsi.

Riesci a gestire tutto online?
A fatica. Un modo è lavorare accanto al ragazzo, altro è lavorare a distanza separati da uno schermo, specialmente con la tipologia di ragazzi con cui lavoriamo che, in genere, hanno bisogno di un educatore che sia a loro fianco, piuttosto che di un educatore al telefono o attraverso la videocamera.

Ti manca la presenza fisica, tu che ora stai lavorando solo da remoto?
Si! Ne parlavo proprio oggi con un ragazzo, manca quello spazio che ci ritagliavamo insieme, quei momenti, anche la semplice passeggiata per chiacchierare o semplicemente andare in giro, una qualunque cosa più semplice e banale all’epoca, perché ormai è un’epoca visto che siamo bloccati da due mesi, sicuramente adesso sarebbe una cosa desideratissima.

Sai come l’immagina il tuo ragazzo il dopo o non avete parlato ancora?
L’argomento è venuto fuori e fondamentalmente non sanno neanche loro cosa aspettarsi, l’unica cosa che pensano di positivo è quella di non andare a scuola, chi è un po’ più furbetto o più sgamato è contento di questo, però c’è anche chi ha la nostalgia dei compagni, noi adulti bene o male reagiamo, ma i ragazzi, che non escono con gli amici, non vedono il fidanzatino o la fidanzatina, soffrono di più.

Intervista a Francesca, educatrice del servizio degli interventi educativi domicili, lavora con minori e persone con disabilità.

Quali sono i benefici e le difficoltà del lavoro da remoto e quali sono gli aspetti positivi? Che cosa ti ha messo più in crisi? Magari qualche aspetto specifico riguardo al lavoro educativo e ai progetti. Raccontaci un po’ la tua vita lavorativa da remoto.
Parto dal positivo: la ragazza che seguo da quasi due anni, una ragazza adolescente di quasi 14 anni, è sempre stata molto chiusa, molto diffidente quindi non si è mai aperta a grandi momenti di condivisione. Con questa modalità c’è stato un cambiamento, lei come tanti adolescenti vivono un po’ nel “web”, un mondo dove si sentono sicuri, più tutelati, un luogo in cui rifugiarsi. Il fatto di vedermi attraverso uno schermo piuttosto che dal vivo, ci ha dato la possibilità di vivere esperienze in maniera virtuale ed è un mondo che lei conosce molto bene. Dal vivo trovava difficoltà a relazionarsi, invece in questo modo lei si sente più tranquilla e gestisce meglio le sue relazioni.

Quindi è riuscita a vincere la sua insicurezza operando via web?
Esatto, più che insicurezza, stabilisce una relazione più distesa con me, pur rimanendo chiusa questi incontri li vive più volentieri, infatti mentre prima spesso li annullava, adesso che avrebbe più scuse per farlo capita invece che io le chieda di vederci giovedì al posto di martedì e lei risponde “perché non ci vediamo domani?” La cosa mi stupisce, mi fa ripensare a quando l’ho conosciuta, anche se risulta molto chiusa, dal vivo è più difficile, quindi diciamo che il vivere virtuale la mette più a suo agio.

Rivestire una modalità più professionale nel mondo virtuale è una cosa a cui andremo sicuramente incontro. Il lavoro da remoto sarà maggiore rispetto a prima, pochi lo praticavano e quindi anche il mondo dovrà aprirsi a questa possibilità?
Eh! Inutile star lì a demonizzarlo come un male, sicuramente ha degli aspetti negativi, ed è giusto non abusare. Sarebbe meglio trovare un compromesso accettabile.

Che difficoltà hai riscontrato nel lavoro da remoto fino a questo momento?
Sicuramente c’è sempre l’altra faccia della medaglia, non vedere le dinamiche familiari cioè avere contatti solo con lei. Non sapere effettivamente come vivono gli spazi in casa, in famiglia, in questi giorni i tempi si sono dilatati, direi più gli orari, anche se le giornate tendono a passare più velocemente, ma gli orari sono completamente sballati e quindi non c’è più una scansione di lavoro- scuola, persino i pasti e il sonno, tutto ciò è un po’ un caos. Non sapere come sono le relazioni vissute in famiglia perché vediamo solo quello che loro ci fanno vedere attraverso il monitor non permette di avere una visuale a 360°. Permettendo loro di entrare in “casa nostra” ha reso, forse, il rapporto più alla pari e non saprei se è un bene o un male, non so da che parte protende, ma sicuramente è “io so tanto di te e tu di me”.

Intervista ad Antonella, educatrice del servizio degli interventi educativi domiciliari, lavora con minori e persone con disabilità.

Cosa è cambiato con il lavoro da remoto dal tuo punto di vista e quali sono gli aspetti positivi e le difficoltà che hai incontrato?
Uno degli aspetti positivi di questo periodo è stato il fatto di creare una maggior lavoro di rete con le scuole cosa che viene a volte sottovalutata, purtroppo, in una situazione “normale”, invece mi sono resa conto che fare rete serve e aiuta il ragazzo/a. In particolare, una ragazza adolescente di 15 anni, molto sfuggente, non accettava questa modalità avendo parecchie difficoltà alle spalle, era sfuggente sia con me, sia con tutti gli insegnanti scolastici; dopo un mese che era completamente sparita, grazie al lavoro di rete del tutor, educatrice della scuola e me, siamo riusciti a farla partecipare alle videolezioni, questo mi ha fatto capire quanto sia importante fare rete. Un altro beneficio è stato quello di superare l’imbarazzo da parte di alcuni  ragazzi avendo difficoltà nell’aprirsi; in particolare una ragazza di 18 anni che seguo, ha superato l’imbarazzo riuscendo a parlare e rimanere il più possibile in contatto, gestendo le sue emozioni, in questo periodo strano e di tante incertezze che stiamo vivendo, sto lavorando con lei in continuo dialogo.

Nello specifico quali sono le difficoltà e gli aspetti positivi che hai riscontrato?
Le difficoltà che ho riscontrato sono diverse, per alcuni questo modo di lavorare può essere un beneficio, mentre per altri è esattamente l’opposto, alcuni si sono chiusi in se stessi ancora di più. Un altro caso che seguo, una ragazza di 16 anni, ha avuto una regressione, ho notato una mancanza di fiducia, non riesce a parlare e la difficoltà di capire questo metodo di lavoro e di incontrarsi a distanza lo ritiene inutile, quindi adesso è un “corri-corri” cioè un correre rapido, confuso e agitato, nella fiducia di riuscire a farle capire l’importanza di continuare l’intervento nonostante tutte queste difficoltà.

Come è stato l’aggancio?
Pian piano, con la scusa dei compiti da fare, mi ha cercata e siamo riuscite a sentirci, anche se rimaneva sempre un po’ sfuggente, tutt’oggi ho delle difficoltà a sentirla e lavorare insieme. Lei ha avuto un’intensa regressione, ha abbandonato la scuola, il rapporto con me si è un po’ deteriorato, sembra ritornata in uno stato infantile, persino la madre ha difficoltà a parlarle e ad affrontare determinati discorsi, la vede triste. Questa ragazza è una di quelle persone che ha bisogno di una presenza fisica accanto.

Intervista a Paola, educatrice nel servizio interventi educativi domiciliari, lavora con minori e disabili lavora con minori e persone con disabilità.

Come ti senti in questo mix nel lavorare da casa e seguendo le persone a distanza?
La maggior parte delle volte, bene! Nel senso che mi ritengo fortunata per aver avuto la possibilità, pur essendo molto lontana da casa, di continuare comunque a lavorare, con ritmi piuttosto sostenuti. Restare chiusi in casa e avere il pensiero rivolto alle persone care di una certa età, con patologie pregresse e che possono essere più a rischio è difficile. Avere un impegno è qualcosa che ti tiene lontano da qualsiasi momento di sconforto.

Sei contenta o preoccupata di questa nuova fase?
Sono più preoccupata di prima, perché ho la sensazione, soprattutto con la tipologia di lavoro che sto svolgendo, oltre a lavorare in comunità con gli adolescenti, sto lavorando nel centro emergenza isolamento per persone che non hanno una fissa dimora, quindi la percezione che ho del contagio del COVID-19 e tutto quello che sta accadendo è complessa. Mi ritengo fortunata perché il lavoro che facciamo e che io stessa ho scelto, consente di avere creatività sempre pronta, mettersi a “giocare”, lavorare con adolescenti, bambini coinvolgendo anche i genitori, nei giochi diventa vitale.

Quali sono le proposte che hai avanzato? Tu segui persone a distanza, infatti hai parlato del lavoro “ dentro/fuori”, che deve essere estremamente faticoso, anche riguardo ai tuoi cari che sono lontani. Passare dal lavoro fisico a quello remoto non deve essere facile e l’hai detto chiaramente. Per quanto riguarda la parte da remoto cosa stai facendo con le persone che segui? Ti hanno dato dei suggerimenti, hanno avanzato delle richieste relative alle attività da fare attraverso il computer?
Il mio metodo è abbastanza familiare perché io sono anche psicoterapeuta, ho lavorato spesso online per supporto didattico riguardo le problematiche legate all’apprendimento, anche imparare ad usare le piattaforme non è da meno, la lentezza delle connessioni perché sono tutti sempre connessi e ci sono tempi morti e quant’altro. La difficoltà che ho riscontrato, inizialmente, è quella con i bambini molto piccoli, perché i livelli di attenzione sono differenti, non riescono a stare fermi davanti a un monitor. In particolare con una bimba, attraverso Skype si sono ottenuti lavori bellissimi, ad esempio mandare un cuoricino… una bimba che si emoziona vedendo tutto lo schermo azzurro con un cuore che pulsa è fantastico, scambiarci le faccine e attraverso queste costruire un mondo di storie.

È un modo diverso per lavorare sull’emozioni?
Si, per esempio la bimba mette la faccina che vomita e le dici “non ti senti bene oggi?” “Cosa succede?” “Come stai?”. La bimba che chiede al papà di spostare il computer per farmi vedere che hanno trascorso la mattinata sul balconcino, a piantare i semini e farmi vedere di volta in volta, ad ogni intervento, che i semini stanno crescendo, tiene la cura della piantina, altrettanto io, tra un incontro e l’altro, le ricordo di farmi vedere la piantina, tutto ciò diventa carino, anche il tipo di attività. Ci sono i pro e i contro, ho notato che anche per me è faticoso on-line e stare seduta come i bambini. Inoltre, ho la fortuna di adorare molto gli album illustrati, ne ho tanti a portata di mano e quindi spesso capita che mostro con i bambini storie molto semplici, sono tutte piccole storie che aprono un mondo, quando il bimbo è disponibile a lavorare e quando ha soprattutto accanto un adulto che può essere un genitore o altra persona adulta che riesce anche sostenerlo veramente, vengono fuori dei lavori meravigliosi. Con un bimbo con forte disabilità abbiamo lavorato con quello che vede dalla finestra e mi ha raccontato e descritto tutto ciò che vedeva dalla sua finestra, insieme abbiamo disegnato gli elementi osservati, quindi si ha la possibilità e il privilegio di avere accesso a piccoli dettagli di una parte della loro casa, come passare un intero pomeriggio a farsi illustrare le calamite che sono sul suo frigo e cosa rappresentano, vengono fuori i momenti di vacanze, viaggi o visite ai musei, anche questo diventa un modo di lavorare.

Tu hai riscontrato che queste persone hanno riscoperto strumenti e capacità che prima non emergevano? Ho capito bene?
Si! ho avuto casi in cui mi è stato chiesto di interrompere l’attività, perché nel nucleo familiare erano presenti persone anziane e per la loro sicurezza sarebbe stato meglio non andare più a casa. In questo caso è diventato un lavoro di rete con la scuola, un incontro di rete insieme costruendo una tipologia di lavoro che sia possibile fare con questi bambini. Quella che seguo ha una disabilità piuttosto importante e il raggio di azione diventa abbastanza limitato quindi per questo è stato molto bello trovarmi coinvolta dalla rete, gli insegnanti mi hanno chiesto come implementare il tipo di lavoro, quali interventi crear. Noi abbiamo accesso a tutte le risorse che mettono in campo i nostri coordinatori e tanti altri nostri colleghi e ad un mondo di storie prettamente legate a spiegare ai bambini cosa stia succedendo in questo periodo. Una di queste storie che è carinissima, rispolvera un po’ il mito del bruco, della farfalla e dell’ostrica, quando arriva un agente esterno ricopre l’ostrica di strati fino a diventare una perla, quindi attraverso le difficoltà viene fuori qualcosa di meraviglioso che accompagna i bambini a disegnare le faccine dalle varie emozioni provocate, quindi a legittimare la tristezza e la frustrazione. In molti bambini si riappropriano di quella dimensione domestica nel senso più profondo del termine dove mamma e papà sono a casa. Si ha accesso a tutto un’altra parte del mondo interno di questi bambini che magari senza il virus e senza il lockdown non sarebbe mai stato messo in campo. Un’altra cosa che ho trovato carina sempre perché amo gli album illustrati e raccontare ai bambini la storia di Federico, che sostanzialmente è un topino che va in letargo e che raccoglie provviste particolari anziché raccogliere le solite provviste per stare al caldo e mangiare. Federico raccoglie i raggi del sole, i colori della natura, le parole ed è il topino che nelle fredde notti di inverno riesce a infondere calore ai suoi compagni topini, perché racconta tutte le cose che ha raccolto, questo mi ha consentito di ricordare ai bambini che c’è un fuori che ci aspetta e comunque tutta la forza, la positività che rappresenta il mondo esterno loro se la portano ancora dentro e quindi anche questo ci ha consentito di fare un pezzo di lavoro interessante e da non sottovalutare.

Intervista a Chiara, educatrice del servizio degli interventi educativi domiciliari, lavora con minori e persone con disabilità. 

Il lavoro come procede?
Il lavoro procede bene, sono stata molto fortunata a portare avanti tutti i servizi di cui faccio parte, inizialmente, riguardo all’educativa con i ragazzi è stato abbastanza faticoso ma anche una scoperta devo dire, quindi a posteriore posso dire che è andata bene e sta andando bene.

Quali attività hai ritenuto più funzionali della tua attività lavorativa?
Io ho continuato l’educativa a distanza attraverso le video-chiamate di WhatsApp ed è stato per me uno strumento fondamentale spalmando il monte ore che avevo su tutta la settimana in modo che la relazione potesse comunque essere più frequente ed avere contatti in modo da monitorare meglio la situazione. Ho cercato di far sentire la vicinanza anche in questo momento, ho ritenuto più funzionale anche grazie all’equipe che ho fatto con gli altri colleghi, quello di far leva su quelle che erano le risorse in particolare di una ragazza bravissima nel disegno e nel creare, abbiamo quindi pensato di costruire dal niente, fatto tutto da lei, un memory da destinare a qualcuno, a una comunità di bambini o nidi. Comunque trovo funzionale coinvolgerla, utilizzando qualcosa che a lei piace fare, facendola sentire utile e soprattutto far sì che avesse dei rimandi positivi di quello che stava facendo, questo è stato quel che ho trovato più funzionale e sono riuscita a tenerla agganciata. Io lavoro soprattutto con due ragazzi adolescenti dove tutte le tematiche della didattica a distanza, spesso allontanano molto, in questo modo sono riuscita a mantenere un filo piuttosto solido.

Di solito quanto durano le tue chiamate?
Un’ora! Scorre molto bene e chiaramente sento la pesantezza dello stare in video-chiamata, ma scorre velocemente, diciamo che durante le chiamate spesso riusciamo anche a commentare temi di attualità, politica e quello che sta avvenendo, del futuro ecc., quindi più o meno queste sono le cose di cui parliamo oppure commentiamo le serie tv, musica ecc.

È un bel progetto che hai creato per questa ragazza, parlare di attualità con i ragazzi è la cosa più importante per noi educatori?
Esatto, soprattutto anche per far prendere coscienza di quello che sta succedendo e quello che stiamo vivendo e riflettere su tante tematiche. La solidarietà è da mettere in campo, non solo da adesso ma sicuramente ce ne ricorderemo, gli obiettivi sono diventati anche questi.

Che consigli daresti ai tuoi colleghi per queste attività da remoto?
Come già detto, ho trovato utile e fondamentale spalmare il monte ore su tutta la settimana, per mantenere un contatto più frequente, facendo in modo che fossero sempre gli stessi orari, anche per i ragazzi, in modo che abbiano i propri spazi in queste giornate non organizzate, anche per responsabilizzarli in quanto rimane uno degli obiettivi principali. Un altro consiglio è quello di agganciare l’utente facendo leva su quelle che sono le sue risorse da mettere in pratica, in modo da far sentire la persona più coinvolta possibile e anche utile, quindi dare un senso al tempo che si passa insieme e quello che si utilizza per le attività proposte. Mi sono resa conto che a volte mi è capitato di non essere corrisposta e quindi un abbassamento dell’umore piuttosto importante, inizialmente non sapevo come gestire la situazione, devo dire la verità facevo molta fatica a capire se insistere oppure lasciar perdere, ma andando avanti ho preso la decisione di non mollare, decido di inviare un messaggio per non farli sentire scordati, ma neanche rendere obbligatorio l’incontro perché deve essere un piacere anche per loro, semmai dopo si recupera e comunque se ne parla e si approfondisce del perché è successo.